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RONCADI e RONCADA sono cognomi sotto i quali appare una antichissima stirpe veneziana

 

 

NOTIZIE STORICO ARALDICHE SULLA CASATA

 

RONCADA

 

ISTITUTO GENEALOGICO ITALIANO

Ufficio Araldico

Via Benedetto Castelli, 19

F I R E N Z E

 

RONCADI e RONCADA sono cognomi sotto i quali appaiono un’antichissima stirpe veneziana.

Abbiamo ragione di credere che questa famiglia trae le sue più remote origini in Roncade, località nella provincia di Treviso.

E’ da notare che nelle ricerche di storia familiare l’elemento di cui in modo precipuo occorre tener conto è il cognome.

Sappiamo che i cognomi, un tempo usati dai Romani, poi decaduti con la fine dell’Impero Romano d’Occidente, ebbero un rifiorimento durante il X° secolo dovuto a risorte necessità sociali.

A proposito di quest’uso, si esprime bene il Magny nella sua opera " Le Roy d’Armes ": L’affrancamento dei comuni, a quest’epoca, la creazione di una classe borghese e d’artigiani stabilita nelle città; l’emancipazione nelle campagne di certe classi di coltivatori e di piccoli proprietari residenti, avendo introdotto profondi cambiamenti nei costumi, negli interessi e nei diritti il bisogno di uno stato civile regolare e perfettamente distinto fu giudicato necessario perché ognuno avesse il suo posto nel nuovo ordine sociale.

Era perciò naturale che si ritornasse all’antico sistema romano dei nomi e cognomi; e, infatti, fu adottato come il migliore e più ragionato. Tutti nobili o plebei, liberi o schiavi, coltivatori o artigiani, presero oltre il nome di battesimo un cognome che li distinse da qualunque altra persona avente lo stesso nome. Infatti, la nuova organizzazione politica che aveva introdotto l’eredità nei domini, doveva necessariamente introdurla anche nei nomi di famiglia.

Pertanto, gli studiosi della materia ci affermano che questi nomi gentilizi furono stabilmente adottati nel secolo XV° sec. Essi ebbero derivazione dai feudi, dal luogo d’origine, dal nome o dal soprannome di qualche antenato illustre, cui la famiglia doveva le proprie fortune, ed infine, dalle cariche o dignità dei Maggiori.

Come già abbiamo detto il cognome della famiglia RONCADA è derivato dalla località di provenienza della medesima.

Si rinvengono notizie di questa stirpe nel manoscritto intitolato " Le due corone della Nobiltà Vinitiana " conservato nel Museo Civico di Padova.

Le notizie sebbene schematiche, sono assai interessanti per l’epoca antica cui si riferiscono e perché questo primo accenno alla stirpe la rivela pervenuta fin dall’ VIII° secolo a non comune potenza in Venezia.

Riportiamo il testo del manoscritto citato, nella copia originale.

"RONCADI – Questi vennero da Mazorbo in Rialto con la sua famiglia, uomini molto buoni, et questi facevano grandissime elemosine, et appartenevano al Cons.sotto il primo Dose Pauluccio Anafesto del 707; per essere persone degne per il maneggio della Rep. Mancò poi questa famiglia dal Cons.del 1204 nella persona di M.r. Filippo RONCADI essendo all’officio delle rason di denaro sotto il Ser.mo doze Henrico Dandolo."

Da quanto esposto vediamo che i RONCADA erano molto stimati, ed onorati in Venezia e che fin dal 707 appartennero al Consiglio Nobile della città. Occorre rilevare che il Patriziato Veneto, al quale erano aggregati i RONCADA, era la casta più cospicua della Repubblica. Infatti, dai tempi più antichi fino alla caduta di Venezia (1797), esclusivamente ai Patrizi era affidato il governo, non soltanto della città Dominante, ma dello stato tutto: il Doge, i Procuratori di San marco, i Senatori, gli Ambasciatori, i Magistrati tutti, i Capitani dell’Armata erano Patrizi, il solo fatto di essere ascritto al Patriziato, dava diritto ai maggiori d’età, di intervenire alle sedute del Maggior Consiglio, che fu, sino agli ultimi tempi il corpo Sovrano della Repubblica, e l’appartenere al maggior Consiglio dava, per conseguenza, la possibilità di concorrere a tutte le cariche pubbliche. Tale parità di condizione e di grado non era però sufficiente perché fra le diverse case patrizie regnasse l’accordo completo: anzi correva tra loro una distinzione che per lungo tempo si manifestò in modo speciale allor che dovessi eleggere il capo dello Stato, distinzione alla quale il governo e, specialmente, gli Inquisitori avevano cercato di togliere importanza.

Anticamente dunque le casate Patrizie si dividevano in Vecchie, Nuove e Nuovissime. Vecchie erano ritenute le dodici famiglie così dette apostoliche, che asseriscono le Cronache, erano concorse nel 697 in Eraclea all’elezione del primo Doge Paoluccio Anafesto, e alcune altre che, ancor prima del 800, erano considerate delle più cospicue e che vantavano pur esse la propria origine con quella della Repubblica. Venivano quindi le Casate nuove, vale a dire tutte quelle che erano riconosciute nobili dopo l’800; fra queste nuove però alcune erano chiamate Ducali. L’origine di quest’epiteto non stava già nel fatto che esse avessero dato un Doge alla Repubblica (che quasi tutte le vecchie e alcune altre erano in tal condizione, e tuttavia non entravano nel numero delle Ducali), ma perché sedici fra le case Nuove, mal sopportando che dovessero essere sempre investiti della suprema carica soltanto personaggi delle Casate Vecchie, avevano ordito una specie di congiura per impedire che al Seggio Dogale fossero elevati Nobili appartenenti al vecchio Patriziato. Per circa due secoli (dal 1414) riuscirono nell’intento; quando, nel 1612, Marc’Antonio Memmo, di Casa Vecchia, eletto inaspettatamente Doge, ruppe per sempre quella cerchia in cui l’antica Nobiltà era stata chiusa dalle sedici case Ducali. Di queste, poi, le quattro più importanti erano dette: Evangelisti. Così le Casate Nuove comprendevano le sedici Ducali e quelle altre che, pur fatte nobili dopo l’800, alla congiura non avevano fatto parte. Infine le casate Nuovissime erano quelle aggregate posteriormente al Patriziato e quasi tutte per prestazioni di denaro, di persona e di soldati al tempo della guerra di Chioggia contro i Genovesi (1380).

Nel XVII° secolo poi si formò una quarta classe di Patrizi, quando dal 1646 al 1669, per sopperire alle spese della guerra di Candia, e dal 1684 al 1717, per la guerra di Morea furono ascritte al Patriziato le famiglie che donavano allo stato una somma corrispondente a lire italiane 186'000 e un’altra di 124'000 lire depositavano in Zecca.

Queste famiglie, veramente, non erano tenute in gran considerazione dagli altri Nobili, quantunque dal loro seno dovessero poscia uscire l’ultimo Doge della Repubblica, il ricchissimo Lodovico Manin.

Malgrado tali differenze, i Veneti Patrizi, Vecchi, Nuovi e Nuovissimi, come avevano gli stessi doveri, così avevano identici diritti ed erano tutti reputati superiori a coloro che, sudditi e non sudditi, fossero insigniti d’altri gradi di Nobiltà; tanto che, se anche ad un Patrizio fosse spettato titolo comitale o marchionale o ducale, esso non era mai ricordato, scompariva dinanzi al semplice Ser che precedeva il nome e cognome del nobile personaggio. Così pure nelle scritture, le sole parole Nobilis Vir Nobilis Homo sono in volgare Nobil Homo ser……; costituivano la sola distinzione cui avesse diritto la Nobiltà veneziana.

Correva, è vero, nell’uso, tanto per gli uomini che per le donne, il titolo di Eccellenza, ma esso in realtà non era né meno tollerato dalle leggi e il Senato, con deliberazioni del 16 luglio1622, del 26 gennaio 1628 e del 30 marzo 1633, proibiva che ai Nobili fosse dato il titolo di Eccellentissimo e di Eccellenza, ordinando perfino ai portalettere e ai corrieri di cancellarlo quando lo avessero trovato scritto all’esterno delle lettere. E’ opportuno però aggiungere che tali disposizioni non tennero effetto alcuno, poiché fino alla caduta della Repubblica, e ancora per alcuni anni dopo, i Patrizi ebbero sempre e da tutti i titoli d’Eccellenza.

In ogni modo, malgrado tale semplicità di titoli, fu sempre cosa ambitissima essere annoverato fra i Veneti Patrizi: così, oltre a moltissime famiglie di pontefici, ebbero l’onore del Patriziato la casa Elettorale di Baviera, la casa Ducale di Brunswick, i principi d’Este, i Lusignano di Cipro, i Visconti di Milano, i duchi di Lorena e di Lussemburgo e la casa reale di Francia: Enrico III, anzi quando nel 1574 fu a Venezia, volle assistere, nella sua qualità di Patrizio, ad una seduta del Maggior Consiglio. Anche la casa di Savoia, fu per decreto del Senato 22 Luglio 1574, ascritta al Patriziato Veneto; ma già prima d’allora, vale a dire nel 1311, il Doge Marino Zorzi, aveva concesso che il suo alleato Amedeo V°, conte di Savoia, portasse, quale cimiero dello scudo, il leone alato di San Marco. La Gran considerazione nella quale era tenuta la Nobiltà Veneziana e il fatto che ad essa soltanto era riservato il governo della casa pubblica, fecero sì che sempre con la massima cura si tenessero conto dei matrimoni e delle nascite che avvenivano nel Patriziato.

Risulta dal documento citato che i RONCADA erano classificati fra la Vecchia Nobiltà di Venezia ed erano forse fra le cosiddette famiglie "Apostoliche" che nel 697 concorsero all’elezione del Doge Paoluccio Anafesto. I RONCADA, furono saggi ed accorti nelle amministrazioni e nelle arti del Governo.

In merito all’estinzione della famiglia, nel 1204, col Nobile Filippo RONCADA che sostenne un’eminente carica amministrativa sotto il Doge Enrico dandolo, è da notare che non si può mai essere sicuri sull’estinzione di una stirpe. Infatti, un membro di essa può essere emigrato ed in altra sede avere continuata la discendenza anche con nome che differentemente può suonare per influenza del dialetto della nuova località.

Come tutte le illustri ed antiche famiglie i RONCADA ebbero il privilegio di decorarsi di stemma. L’arma di questa casata riportata nel manoscritto citato "Le due corone della Nobiltà Vinitiana" esistente al Museo Civico di Padova.

Ne diamo la descrizione araldica:

Di rosso alla fascia d’argento dalla quale muove, nel centro, un calice dello stesso.

Le armi gentilizie sono l’espressione nobile d’ogni aristocrazia; e certamente vi è dimostrazione di Nobiltà quando manchi lo stemma. Questo è la bandiera intorno alla quale una famiglia si aggruppa, si unisce e mantiene la propria stirpe. Esse armi sono usate come contrassegno onorevole introdotto per ornamento e decoro delle casate nobili e qualificate, indirizzate ancora per una testimonianza del molto valore e splendore acquistato talora da persona virtuosa.

Il Ménestrier, con altri scrittori araldici italiani e stranieri opina che le invenzioni delle armi gentilizie, o blasone, debba riferisti al X° secolo, e che se ne generalizzasse poi l’uso nell’XI° sec., per distinguere le famiglie o contrassegnarne la Nobiltà, e anch’esso ne riconosce l’origine dalle crociate e dai tornei. Lodovico Antonio Muratori nel sesto tomo del "Giornale dei Letterati" espresse pure simile opinione: "Si sa di certo" egli dice, "anche da chi non fa professione di dotto è pratico antiquario, che tanto i cognomi, quanto le armi gentilizie ebbero la loro origine prima della fine del X° secolo, né la loro consistenza fuorché nel XII° secolo".Di ritorno dunque dalle crociate il gentiluomo ornò della sua arme la bandiera che garriva al vento sulla più alta torre del suo maniero; essa figurava pure sulle porte, sulle vetrate colorate, sulle pareti, sui mobili del suo avito castello, sulle tombe dei suoi antenati nella cappella gentilizia; arme gelosamente custodite e venerate dai discendenti. Il blasone fu tenuto in grande onore durante il periodo feudale che ha una gran importanza per la storia facilitandone lo studio. Esso brilla in tutte le riunioni, in tutte le cerimonie liete e tristi della nobiltà; la prima cura d’ogni Cavaliere che prenda parte ad una giostra o ad un torneo, è quella entrando in lizza di giustificare il suo alto lignaggio producendo la propria arme gentilizia o blasone.

Goffredo Crollalanza in un suo erudio ed elegante scritto sulla "Genesi e storia del linguaggio blasonico", così si esprime in proposito a quanto abbiamo detto di sopra: "L’araldica ebbe la cavalleria per autore, il bisogno per movente, il trofeo per scopo, i tornei e le crociate per occasione, il campo di battaglia per culla, l’armatura per campo, il disegno per mezzo, il simbolo per ausiliarie, il creato per materia, l’ideografia per concetto, il blasone per conseguenza. Il blasone non è l’araldica, ma n’è l’illustrazione; come la mente non è l’anima ma la manifestazione della stessa. La parola è il mezzo percui si manifestano l’uno e l’altro, la mente e il blasone.

Concludendo, l’araldica è una scienza necessaria per lo studioso della storia civile, dei costumi, delle famiglie illustri, della patria nostra. Infatti con la sua muta epopea, con i suoi simboli parla delle gloriose gesta della nazione; coi suoi blasoni ricorda alle famiglie continuamente i loro antenati, che illustrarono la patria nelle lettere, nelle arti, nelle scienze e nelle armi ed espressero i loro nomi nel grande libro della storia.

La famiglia RONCADA sintetizza nei simboli del proprio stemma la sua origine illustre.

Infatti, in araldica la fascia vuole rappresentare il cingolo Cavalleresco:

La rappresentazione del ricevimento della Cavalleria equivalente nei bassi secoli alla Nobiltà era ben degna di essere tramandata ai discendenti. Che il cingolo nel basso Impero era segno di distinzione e di carica ed obbligatorio il portarlo chi lo poteva quando si presentava all’imperatore, lo sappiamo dal Codice Teodosiano VIII, 4, 16; XII, 1, 147. Quindi ancora più necessario per essere distinti fra i gerarchi, ed innalzarlo negli stemmi. In un manoscritto figurato del XIII° secolo conservato nel Museo Britannico di Londra, si può vedere l’armamento, o addobbamento di un Cavaliere, e mentre gli speroni gli sono messi da due paggi inginocchiati, il cingolo colla spada davanti gli è affibbiato dal Re in persona coronato. Nell’addobbamento del Cavaliere l’oggetto più sacro era il cingolo con la spada. Così pure lo si riscontra nel formulario della cerimonia. Il calice è una figura rara in araldica, simbolo d’obbedienza, prontezza, zelo per la fede cattolica, amore in Dio.

Un ramo della famiglia RONCADA fiorì in Carbonara Po’, nella Provincia di Mantova. Questa famiglia è attualmente rappresentata dal signor Domenico RONCADA figlio di Giuseppe e Palmira Caraffoli.

E’ da notare che uno dei pregi di cui sono maggiormente fiere le famiglie è quello della loro origine illustre, la quale imprime un importantissimo contrassegno di distinzione fra le altre della stessa casta, specialmente poi quando si tratti di ceppi usciti da case Sovrane.

Ciò è dovuto al fatto che tutte le famiglie nobili hanno goduto, quantunque in grado indifferente per avariate cause, le preminenze e le prerogative del loro grado sociale, mentre una preclara origine costituisce per quelle che possono vantarla una peculiare elevazione sulla loro stessa classe, perché tale che non può essere conseguita dalle altre casate e che d’altra parte e tenuta in gran pregio anche da coloro che mostrano di non dar valore alla Nobiltà e ai privilegi da lei goduti. Di qui nasce il desiderio di ritrovare quella "generationem pristinam" di cui parla Giobbe, la quale sia, oltre che la più antica, la più illustre.

Bisogna pure ammettere che le grandi case, oltre la diretta e principale discendenza, di cui fatti e documenti storici accertano la continua genealogia, abbiano avuto nei rami secondari propaggini, che costituirono i ceppi di Nuove Casate. Sarebbe quindi interessante completare questo studio di carattere puramente storico con la ricostruzione dell’albero genealogico del signor Domenico RONCADA figlio di Giuseppe, per vedere la sua posizione di discendenza nei confronti dei RONCADA aggregati all’antico Patriziato Veneto.

 

 

IL Direttore

Dell’Istituto Genealogico Italiano


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